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NABA Fashion Show 2026 Milano | RICETTE

By 25 Giugno 2026Storie

Milano, 24 giugno; futuri diplomandi del Triennio in Fashion Design del campus NABA di Milano, hanno presentato oltre trenta collezioni sotto il tema “Ricette”. Come spiega Nicoletta Morozzi, le “ricette” descrivono un processo: istruzioni per aggiungere e combinare singoli ingredienti e, talvolta, implicano un’improvvisazione rischiosa. Ed è probabilmente proprio questo elemento di rischio a essere mancato maggiormente nelle collezioni di quest’anno.

Se assumiamo che la moda risponda agli umori e alle tendenze predominanti della società e che gli stilisti diventino rappresentanti non solo di questi stati d’animo, ma anche delle paure e delle idee del proprio tempo, allora Ricette, nel suo insieme, ha offerto un ritratto piuttosto coerente del mondo contemporaneo: un mondo attraversato da paure, ansie, decostruzione ed elementi apocalittici, tutti presenti contemporaneamente. Meno teatrale, meno fiabesco. Ciò che colpisce maggiormente è che quasi tutte le collezioni ruotassero attorno alla semplicità, a tratti a un sottile storicismo, ma soprattutto a un’idea di moda che protegge: ricca di cappotti, coperte e capi avvolgenti, capaci di offrire un’illusione di sicurezza in tempi così instabili e complessi. È anche una moda della paura: non abbastanza audace da attirare eccessivamente l’attenzione o provocare, bensì orientata a nascondere e a sedurre attraverso texture, dettagli, tessuti e tagli. Spesso nello spirito di un utility chic.

La sfilata si è aperta con oltre una dozzina di collezioni sorprendentemente simili tra loro (e che, per via della struttura stessa della presentazione, spesso si sovrapponevano visivamente, distraendo l’attenzione l’una dall’altra): tutte radicate in tonalità di grigio, beige, colori della terra e sfumature naturali. In una scenografia spettacolare costruita attorno a impalcature metalliche e accompagnata da musica dal vivo, i modelli si muovevano nello spazio mentre le telecamere proiettavano le loro immagini su grandi schermi.

Ad aprire lo show è stata Hiba Errebbah, con silhouette allungate e tessuti trasparenti dominati dal nero. È seguita Camilla Gambrisario, il cui lavoro mostrava chiaramente l’influenza di Jonathan Anderson, in particolare del suo iconico cappello pseudo-storico, degli alti colletti, dei jabot e delle ruches. Gambrisario ha tentato l’impossibile: essere contemporaneamente Y2K e storicista. Più in generale, se c’è stato uno stilista ad aver influenzato molti dei diplomandi, è stato senza dubbio Anderson, con la sua capacità di fondere abbigliamento casual ed elegante. Di conseguenza, ruches, elementi cargo e accenni di teatralità ricorrevano in numerose collezioni.

Lorenzo Marcenaro ha esplorato il concetto di uniforme. Le sue silhouette risultavano pesanti, sebbene verso il finale emergesse un’atmosfera più romantica, con il ritorno di ruches, maniche annodate, jabot e persino un cesto di fiori. Giulia Fortini non ha forse presentato qualcosa di radicalmente nuovo, ma il suo cappotto-abito decorato con piume e applicazioni dorate lungo i lati era raffinato, elegante e, con un ulteriore sviluppo, potrebbe facilmente appartenere a una collezione di haute couture. Rimaneva tuttavia poco chiaro il legame con i riferimenti punk che la designer dichiarava come fonte di ispirazione.

Soley Runarsdottir ha aperto la propria collezione con un look teatrale: né propriamente un abito né un completo composto da gonna e top. Un pesante capo monospalla abbinato a una fluida gonna bianca creava una silhouette eterea ed elegante in movimento. Tuttavia, l’ispirazione tratta da un’isola vulcanica e dall’eruzione islandese del 1963 risultava in parte prevedibile. La lava, infatti, si presta naturalmente ad associazioni con texture, rilievi e superfici scultoree, proprio come il tessuto.

Samuele Carrera ha presentato una collezione maschile ispirata alle uniformi da lavoro, sviluppando un linguaggio visivo personale senza mai eccedere. Indosserei volentieri anche il sorprendente cappotto trompe-l’œil di Evita Ciampolini, stampato con l’immagine del cappotto stesso, creando un effetto tridimensionale. Come spiega la designer: «La stampa assume un valore simbolico: il capo reale incontra la propria immagine, suggerendo ciò che avremmo potuto acquistare ma scegliamo di non possedere. In questo modo, l’oggetto si carica del peso di una scelta.»

Just Normal Is the New Normal di Luis Kaindlstorfer possiede tutti gli ingredienti per diventare un successo virale: leggermente scandinavo, forse persino esplicitamente ispirato a Copenaghen, colorato e orientato allo streetwear, ma mai eccessivo. Mirko Lorena sembrava proseguire questa narrazione in una direzione più giocosa, proponendo un cappotto oversize a metà tra un soprabito e un giubbotto di salvataggio. Ricordava una tuta da astronauta e, pur coprendo quasi interamente il corpo, risultava ironico e tutt’altro che monotono grazie ai suoi motivi colorati.

Infine Plaide di Mattia Ponzo, ispirata alle radici familiari e alla vita rurale: una collezione ricca di coperte, maglieria, silhouette oversize, motivi a quadri e materiali naturali.

Paradossalmente, nonostante lo slogan incoraggiasse la sperimentazione, molte collezioni sembravano prive di un autentico senso del rischio. Silhouette, palette cromatiche e riferimenti ricorrenti finivano per rendere alcuni progetti quasi indistinguibili gli uni dagli altri. Allo stesso tempo, è proprio questa ripetitività a rivelarsi un’interessante riflessione sul presente. I giovani designer di oggi non sognano la rivoluzione: progettano per un mondo stanco delle crisi, alla ricerca di rifugio più che di spettacolo. Ricette non è stata dunque una vetrina di grandi manifesti di moda, ma il ritratto accurato di una generazione che vive nell’incertezza. Se l’edizione di quest’anno di NABA Fashion Show 2026 – Milano fosse una ricetta per il presente, il suo ingrediente principale sarebbe la paura, condita da una prudente speranza.

Crediti

Foto: NABA

Testo: Kacper Andruszczak

Storie e copertura social: Giorgia Graceffa