Chiara Zito ha intervistato per Le Farmaciste Niccolò Chiuppesi, fondatore del brand BENNU, in occasione del lancio del suo ultimo drop. Un dialogo che esplora il processo creativo dietro una collezione che celebra l’unicità e l’identità attraverso il linguaggio della moda.
Chiara Zito: Come mai di singolare, perché questo nome?
Niccolò Chiuppesi: singolare è l’ultima parte di un racconto iniziato e sviluppato da altre due collezioni precedenti con rapsodia corporale e continuato con tonia e come raggiungimento finale di questo percorso si pone come la decisione di un momento ben definito, quel momento in cui per la prima volta durante il giorno la luce colpisce il buio e si crea quell’equilibrio tra luce e tenebra, mi è sembrato il momento esatto per andare a concludere questo ciclo che è ruotato sempre tra il rapporto vita-morte, con il rapporto con la terra sia da un punto materiale che spirituale
CZ: Com’è stato il rapporto con il calzaturificio toscano per quanto riguarda l’accessorio? che cosa ne pensi ora del contributo dell’accessorio in questo drop?
NC: Il rapporto con il calzaturificio è nato per caso con un incontro casuale con Alessandro, amministratore dell’azienda, il quale proviene dal mio stesso paese, e ci siamo per l’appunto incontrati alla presentazione di Ctonia a Firenze e parlando è emersa la sua volontà di mettersi in gioco con me e da parte mia di sviluppare un qualcosa di completare il percorso di queste tre collezioni, abbiamo lavorato a quattro mani su questo prototipo per sei mesi, partendo da alcune raffigurazioni che partono da delle tombe etrusche, il suonatore di flauto con la scarpa con la punta in su, siamo quindi partiti dall’idea di una scocca per dare una struttura rigida alla scarpa, e con base in legno, e la ricerca poi di pelli in stock che andassero a valorizzare e a raccontare meglio la storia, e di tessuti provenienti sempre da uno stock, abbiamo progettato e poi costruito una scarpa basandoci sulla scocca di legno su cui poi abbiamo poi lavorato sul rivestimento e poi abbiamo creato un’armonia con il contatto del piede. Siamo andati rivestire tutto il prodotto in pelle e l’ultimo tassello è stato l’aggiunta di una suola in carro armato, che raffigura l’impronta dei nostri passi che lasciamo camminando.
CZ: La scelta delle pelli è stata una decisone fatta singolarmente o sempre di coppia?
NC: Abbiamo lavorato sempre assieme perché la sua conoscenza in materia ci ha permesso di identificare delle pelli che fossero innanzitutto disponibili all’interno del suo magazzino e poi teche dovevano essere delle pelli che si fondessero a pieno con la struttura della scarpa, ansimando a creare un contrasto abbastanza elevato tra la base di legno e la morbidezza poi della pelle, tutto il processo è stato svolto a 4 mani e con i suoi artigiani andando a lavorare a lavorare sul singolo paia.
CZ: Quali parole-aggettivi useresti per descrivere al meglio la tua collezione?
NC: Singolare, silenziosa, ruvida, umida, dolce.
CZ: Cosa volevi fare quando hai iniziato a lavorare nella moda? Il desiderio nel tempo è cambiato? In che modo in caso
NC:Sicuramente è cambiato, si è evoluto, io sono partito che non avevo intenzione, idea, di finire dove sono finito oggi, ho inviato a lavorare per Yoox, dove sono entrato a contatto con tutto quello che è la realtà dei brand sostenibili, dove lo scenario si è allargato e ho capito che era possibile presentare un nuovo modo di fare abbigliamenti , tenendo poi conto di tutto quello che è la natura e le persone che vengono coinvolte nel processo di lavorazione e piano piano è cresciuto dentro di me questa necessità di portare proprio un impronta, di raccontare il mio mondo che si sta lentamente definendo in quel che è il percorso che sto portando avanti con BENNU, percorso in continua lavorazione che sta cercando di migliorare, trovando sempre più la propria strada e di aggiungere ogni giorno degli elementi che possano valorizzare il brand partendo da quelle che sono le mie esperienze pregresse, da quel che è stato il mio trascorso, la mia infanzia, il mio territorio dal quale io provengo, allontanandomi un po da quella che è stata la mia città natale, trasferendomi prima a Firenze poi a Milano, poi in realtà ho sempre sentito questa necessita di riavvicinarmi alla mia città natale, a casa, e questa necessità di riavvicinarmi a casa sempre di più ho cercato di trasmetterla e sto cercando di trasmetterla all’interno dei miei capi, del mio percorso e dell’immagine che sto cercando di costruire andando a raccontare un qualcosa che non è un’immagine ma un racconto e un’insieme di racconti che si fondono in un singolo scatto, in un singolo capo.
CZ: Riguardo la tua crescita personale, credi ci sia stato un progetto oppure, un esame universitario che hai dovuto affrontare, che ha fatto schioccare la scintilla per quello che ora stai creando con BENNU?
NC: Allora io provengo da un percorso di discipline umanistiche sia liceali che poi di università quindi c’è sempre stata nel mio modo di raccontare le cose semplicemente questo, di convogliare degli elementi umanistici, sto cercando ad oggi di svilupparla al meglio e che sto portando avanti, è uno studio continuo in tutto quello che è la parte di ricerca, sia da una parte di ricerca iconografica che una ricerca letteraria e che cerco di trasmettere portare avanti quotidianamente e di quello che sono i racconti, i libri, le letture, ma anche gli elementi di vita quotidiana cercando poi di trasmetterli, di crescere, insieme di cose che porta dal vissuto sui libri formativo, ovvero il percorso formativo al percorso lavorativo, perché poi ti mette davanti a delle scelte e ti fa capire banalmente quello che vuoi fare e quello che non vuoi fare nella vita e prendi spunto su quello che per te è migliore o meno, dalì poi un percorso di ricerca che sto portando avanti sia livello iconografico su quello che poi è stato un territorio come quello della Toscana a diciamo delle rappresentazioni generali, uno stereotipo bene definito, di quello che è il paesaggio toscano e l’aspetto, quando poi in realtà ci sono delle sfaccettature e le declinazioni a seconda del paese in cui vai quindi c’è un’eterogeneità di offerte, chiamiamole ispirazionali, di spunti che che per quanto possa essere rinchiusa all’interno di una singola immagine o stereotipo sta molto stretta all’interno del processo di centrificazione che si sta portando avanti soprattutto, c’è sempre questa spinta di far uscire questo processo di centrificazione, di portare avanti un percorso, un racconto, o una narrazione che sia nella moda, nel cinema, nella fotografia, nell’arte nelle questioni di genere e nella musica, che differenza è un po’ questi aspetti che purtroppo è difficile e abbastanza forte l’universo che viene raffigurato e quindi è difficile da far passare. Ma con un racconto vero di quello che è stato e di quello che ora la nostra vita e le nostre tradizioni anche a livello culturale possono creare un’identità ben forte su quello che stiamo cercando di portare avanti.
CZ: Come descriveresti il tuo processo creativo? É come un rito? Usi la stessa metodologia magari ricerchi delleimmagini o qualcosa che sia più o meno sempre lo stesso dal quale tu poi ti possa ispirare?
NC: Si sta definendo sempre di più quello che è il processo di selezione, che comunque nasce da una delle letture o da dei dialoghi con delle persone che per me o per il brand stanno diventando dei punti di riferimento, che si passa da un approccio molto dialettico, che si basa spesso da un dialogo che porta un confronto, partendo da quelle che possono essere delle letture, o visioni di film o di mostre , si parte con la definizione di ciò che possono essere due o tre macro temi da affrontare ed al quale si parte con un processo di ricerca, che parte da una ricerca archivistica quindi dalla ricerca di saggi per poi ad arrivare ad una ricerca iconografica vera e propria e Dalì poi si sviluppa e si declina sul culetto e arriva poi alla fase finale di definizione di quelli che sono i tessuti e gli accessori che andranno a comporre nello specifico ciò che sarà poi alla fine la collezione. C’è sempre però un processo di ricerca la base da cui poi si va a definire quello che è la tipologia di prodotto, poi il modo in cui si vuole rappresentare, cercando di non dare poi la stessa immagine, quindi una stessa tipologia di prodotto.
CZ: Riusciresti a farmi degli esempi di libri e film a cui ti ispiri?
NC: Ctonia presentata lo scorso aprile parte da alcuni racconti del tutto casuale su Pietro Calamandrei e su Lawrence poi, di questo viaggio di Lawrence che ha fatto etrusco negli anni venti del 900 acceso poi questo desiderio di andare ad indagare poi su questo rapporto viscerale sulla ciclicità della vita che è sfociato poi su una ricerca iconografica che mi ha portato poi ad un artista internato nel manicomio di Volterra che negli anni 60 ha creato un proprio alfabeto e iconografia, una propria forma di scrittura molto simile alle iscrizioni che si ritrovavano poi nella zona centro italiano, poi siamo andati da lì a definire quelli che erano i colori, i rapporti con la terra ma anche con un mondo che sappiamo che esiste ma non sappiamo che esiste, quindi questa continua ciclicità ci ha portato a disegnare che qualcosa che comunque è finito ma indefinito, che non si sa dove finisce il capo, per quanto riguarda invece i tessuti siamo andati a fare una ricerca che fosse un po’ in contrasto con quello che fosse la narrazione del capo, laddove siamo andati ad utilizzare dei colori tenui che rappresentassero la sabbia, il tufo, abbiamo cercato invece di lavorare con tessuti che creassero un contrasto con il colore, e la composizione e la struttura del tessuto, viceversa laddove siamo andati a utilizzare dei colori che andassero riprendere dei colori naturali più rigidi, più impegnativi tipo la creta e la terra di Siena, abbiamo utilizzato dei tessuti più lisci.
CZ: Hai un capo di abbigliamento che non può mancare nel tuo armadio e perché?
NC: La giacca, è stato ed è tuttora l’elemento definitivo e continuativo di BENNU, diciamo che con la giacca andiamo a ricreare quell’effetto di “giacca della domenica”, ovvero il momento in cui si mettevano i capi migliori soprattutto in quella fascia contadino-operaia dal quale provengono e proviene la mia famiglia, e quindi ad andare ad identificare un capo e trasferirlo sul quotidiano, quindi quello che cerco quotidianamente, so di aver bisogno di un capo che mi permette di essere sempre a mio agio e piano piano stiamo continuando con la definizione di questo prodotto che rappresenta l’aspetto anche festoso, l’aspetto spirituale legato ad un particolare momento che viene poi trasportato sul quotidiano, un prodotto, un oggetto che serve ma che porti lo stesso tempo il significato spirituale che hai di festa.
CZ: Qual’è la tua giacca preferita?
NC: La prima che abbiamo disegnato, che nasceva con un prodotto di upcycling, ovvero dal riutilizzo di prodotti stock, la prima giacca che abbiamo disegnato è la mia preferita, che ancora tengo gelosamente anche con tutte le sue imperfezioni.
CZ: Che consiglio daresti a dei giovani ragazzi che vogliono poter emergere con le loro collezioni?
NC: Di essere se stessi, di cercare di trasmettere sempre quello che sono senza per forza ricorrere a filtri o limiti, e di raccontare sempre senza aver paura di raccontare un qualcosa che la gente non vuole sentire, perché penso che il racconto più grande è quello che noi abbiamo vissuto dentro di noi E che se riusciamo a trasmettere nella sua purezza è quello che poi riesce a colpire le persone, perché possono percepire la verità ed è un racconto sincero di quello che è il loro mondo, perché spesso si tende a identificarsi in un qualcuno che non siamo, semplicemente perché dobbiamo farlo per compiacere gli altri ma in realtà ci snaturiamo e rischiamo di perdere ciò che è il nostro io, il nostro essere.
Crediti
Intervista a cura di Chiara Zito





















